Corriere della Sera presenta una selezione inedita di libri di Georges Simenon: L’uomo che guardava passare i treni, La camera azzurra, Luci nella notte, Lettera al mio giudice, capolavori che hanno contribuito a consacrare Simenon come uno dei più grandi autori del Novecento. Un viaggio nella profondità dell’animo umano.
Corriere della Sera presenta una selezione inedita di libri di Georges Simenon: L’uomo che guardava passare i treni, La camera azzurra, Luci nella notte, Lettera al mio giudice, capolavori che hanno contribuito a consacrare Simenon come uno dei più grandi autori del Novecento. Un viaggio nella profondità dell’animo umano.
La sera di un giorno qualsiasi, Kees Popinga si appresta a fumare un sigaro. Anche la sua vita è qualsiasi, e questo lo rallegra. Impiegato di una solida ditta olandese, è abituato a spartire le sue ore con perfetta regolarità. I suoi sentimenti non usano deviare, se non impercettibilmente, come per esempio per «quella certa emozione furtiva, quasi vergognosa, che lo turbava vedendo passare un treno, un treno della notte soprattutto, dalle tendine calate sul mistero dei viaggiatori». Quella sera, poche ore dopo, Popinga fu costretto ad accorgersi che la sua vita si disfaceva come un castello di carte. Ora gli accennava dall’oscurità una nuova esistenza, dove avrebbe avuto a che fare con figure per lui estranee: il sangue, le donne, l’imbroglio, il caso, la fuga, la paura, l’esaltazione, il falso, la polizia. Kees Popinga è uno di quegli uomini cosiddetti normali che Simenon predilige e che sa raccontare come nessun altro. La sua normalità, come ogni normalità, è illusoria: un
meccanismo che, appena s’inceppa, diventa capace di tutto. Ma non tutti, a quel punto, sono capaci di tutto. Kees Popinga sì. È come una carta da parati che abbiamo visto per anni e improvvisamente si mette a parlare. Alla fine, la sua vita, di cui ormai sappiamo tutto, sarà passata davanti ai nostri occhi, e ai suoi, come uno di quei misteriosi treni che amava guardare nella notte. L’uomo che guardava passare i treni fu pubblicato per la prima volta nel 1938.
«Sei così bello» gli aveva detto un giorno Andrée «che mi piacerebbe fare l’amore con te davanti a tutti, in mezzo alla piazza della stazione... ». Quella volta Tony aveva accennato un sorriso da maschio soddisfatto: perché era ancora soltanto un gioco, perché mai nessuna donna gli aveva dato più piacere di lei – «un piacere assoluto, animalesco, senza secondi fini, e mai seguito da disgusto, disagio o stanchezza». Del resto, era stata lei a tirarsi su la gonna e a invitarlo con la sua voce roca, la prima volta, a prenderla in mezzo all’erba e alle ortiche che costeggiavano la provinciale: dopo, lui aveva colto nei suoi occhi un’espressione di trionfo. E anche quel 2 agosto, quando lei gli aveva chiesto (avevano appena fatto l’amore, nella camera dell’Hôtel des Voyageurs che da un anno accoglieva i loro incontri clandestini): «Se io mi ritrovassi libera... faresti in modo di renderti libero anche tu?», lui non aveva dato peso a quelle parole, quasi non le aveva udite. Solo più tardi avrebbe compreso l’oscura minaccia che nascondevano. Ancora una volta, nel suo stile asciutto, rapido, implacabile, Simenon ci racconta la storia di una passione vorace e devastante, che non arretra davanti a nulla. Nemmeno davanti a un doppio delitto. Terminato a Noland nel giugno del 1963, La chambre bleue apparve a stampa l’anno seguente.
New York, notte. Un uomo e una donna camminano lungo la Quinta Strada. Entrano in un bar. Ne escono. Un altro bar. E riprendono a camminare, instancabili, come se non potessero fare altro che camminare: «come se avessero sempre camminato così, per le strade di New York, alle cinque del mattino ». Come se la notte non dovesse mai finire. Lui non sa niente di lei, lei non sa niente di lui. Lei traballa un po’ sui tacchi troppo alti, e ha una voce roca, una voce che fa pensare a una pena oscura; su una delle sue calze chiare spicca una smagliatura sottile – come una cicatrice. Non è né giovanissima né prepotentemente bella; sul suo viso, i segni di una stanchezza, di una ferita remota: ma è proprio questo a renderla seducente. Si sono incontrati solo poche ore prima, in una caffetteria nei pressi di Washington Square, come due naufraghi, e ora «sono così tenacemente avvinti l’uno all’altro che la sola idea della separazione risulta loro intollerabile ». Ma come si può rimanere in quel territorio privilegiato, fuori del tempo e dello spazio, che è l’amour fou? Con Tre camere a Manhattan (di cui disse: «È uno dei pochissimi romanzi che abbia scritto a caldo – e questo mi faceva paura») Simenon si impone come un grande romanziere della passione.
Una bella donna dalla condotta scandalosa approda sullo sgabello di un bar degli Champs-Élysées, con la testa confusa dall’alcol. Che cosa c’è dietro? Per lo meno una magistrale indagine nelle zone più remote e più torbide della psiche femminile.
Una piovosa sera di ottobre, in una quieta cittadina di provincia dove ogni cosa sembra immersa «in un’atmosfera stagnante». In casa Loursat de Saint-Marc tutto si svolge esattamente come ogni altra sera: dopo aver cenato con la figlia senza mai rivolgerle la parola, Hector Loursat si chiude a chiave nel suo studio dalle pareti tappezzate di libri in compagnia di una bottiglia di bourgogne, la terza della giornata, e sprofonda nella lettura. Un orso di quarantotto anni, sciatto e trasandato, imparentato con tutti quelli che contano in città – e questo gli altri pensano di lui: che è un talento sprecato, un avvocato che non patrocina più cause, un burbero e inutile ubriacone rintanato in casa come un animale ferito. Ma quella notte, improvvisamente, accade qualcosa che costringe l’orso ad abbandonare la tana: un colpo di arma da fuoco, un’ombra che si dilegua in fondo a un corridoio, e in una stanza in disuso del secondo piano un uomo che muore sotto i suoi occhi. Che cosa ci fa quell’intruso in casa sua? Chi lo ha ucciso? Quali segreti nasconde la vecchia dimora dietro le antiche mura sonnolente? E che cosa tormenta sua figlia, altra sconosciuta, dietro quell’apparenza placida e remissiva? Qualcosa spingerà Loursat a uscire dalla sua solitudine fatta di nausea e di pensieri inaciditi, e ad assumere la difesa del giovane che è l’amante di sua figlia – insomma, a calarsi nuovamente nella vita: almeno per un po’. Scritto nel 1939, Gli intrusi apparve in stampa l’anno successivo.
La sera in cui Lucien Gobillot – uno dei più celebri avvocati di Parigi, la cui brillante carriera deve molto alle relazioni di sua moglie negli ambienti politici
e mondani della capitale – riceve la visita di quella ragazza con «un viso da bambina e da vecchia allo stesso tempo, un misto di ingenuità e di astuzia…
di innocenza e di vizio», cinica e palesemente pronta a tutto, ma anche, in un suo strano modo, commovente, che gli chiede di difenderla in un processo per tentata rapina, non immagina che la sua intera esistenza ne sarà sconvolta dalle fondamenta. A cominciare dalla ferrea, incrollabile complicità che per più di vent’anni lo ha legato alla moglie – la bella, la raffinata, la sprezzante Viviane. Con mano da maestro, Simenon ci fa percorrere tutte le tappe di un amour fou turbinoso e funesto, regalandoci uno dei suoi romanzi più intensamente erotici, più strazianti e appassionati. Scritto a Cannes nel 1955, En cas de malheur fu pubblicato l’anno seguente, e nel 1958 fu portato sullo schermo da Claude Autant-Lara.